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La Commissione Europea ha accolto la petizione in difesa del Piemontese come lingua minoritaria inviata dal consigliere provinciale della Lega Giancarlo Locarni. La petizione è stata accolta dalla presidente della Commissione Petizioni Erminia Mazzoni e proseguirà ora il suo iter con una «indagine preliminare sui vari aspetti del problema». Ecco il testo della petizione che Locarni ha inviato a Bruxelles: «Il parlamento italiano – scrive Locarni – ha escluso il Piemontese dal novero delle lingue minoritarie che, come il Friulano e il Sardo, sono tutelate dalla legge n. 482/99. Ciò malgrado numerosi e autorevoli rapporti scientifici dei più insigni linguisti internazionali. La ragione di questa esclusione esula dal dato scientifico ed è di natura squisitamente politica: il timore di un risveglio identitario in una delle regioni più produttive e contribuenti dello stato italiano. Infatti il Piemontese: èriconosciuto come lingua autonoma dai più grandi specialisti universitari nel campo della Romanistica (Einar Haugen, Helmut Lüdtke, Georg Bossong, Klaus Bochmann, Karl Gebhardt, Guiu Sobiela Caanitz, Gianrenzo P. Clivio e altri) per le caratteristiche tipologiche che lo staccano nettamente dalle altre parlate italiane (v. citazioni più sotto) appartiene al ramo occidentale delle lingue romanze mentre l’italiano appartiene a quello orientale e pertanto non può in alcun modo può essere considerato un dialetto dell’italiano (v. La linea di Wartburg) possiede una koinè compresa in tutto il territorio piemontofono e una grafia i cui principi risalgono al Medioevo e vengono normalizzati nella seconda metà del XVIII secolo (grammatica di Maurizio Pipino, Torino, 1783 e norme di Giuseppe Vernazza di Freney, 1784) ha espresso una letteratura imponente per quantità e qualità che abbraccia tutti i generi, segnalandosi nel secolo appena trascorso per un’estesa produzione anche di prosa critica e scientifica. Il suo primo documento scritto pervenutoci (i Sermoni subalpini, 22 prediche di alto contenuto religioso risalenti al sec. XII) rivela l’uso di una lingua già completamente matura è riconosciuto fin dal 1981 (Rapporto 4745 del Consiglio d’Europa) fra le lingue minoritarie europee ed è censito dall’UNESCO (Red book on endangered languages) tra le lingue meritevoli di tutela è tuttora parlato come prima lingua da circa 2.500.000 persone nel solo Piemonte, da cui la sua enorme importanza culturale Helmut Lüdtke, professore all’Università di Kiel, il maggior esperto mondiale di lingue neolatine, ne Il posto del piemontese nella compagine storico-linguistica romanza, Atti del XII Congresso Internazionale di Studi sulla Lingua e la Letteratura Piemontese, Ivrea, 1998): “Risultano due aree compatte che contrastano: l’una che comprende quasi tutta l’Italia (Lombardia e Liguria incluse) ed anche l’arco alpino (Grigioni e Friuli) e l’altra di cui fanno parte piemontese, francese, occitano, catalano, spagnolo e portoghese, cioè un grande blocco romanzo occidentale. (…) Il Piemonte, insieme con una frangia occidentale del ligure, forma un’area compatta con la Francia e la Penisola Iberica. (…) Il piemontese, più che nessun’altra lingua regionale d’Italia, presenta innovazioni che lo staccano dal resto della compagine italiana e nel contempo, lo saldano al blocco occidentale».

 

E poi continua con le citazioni a supporto della petizione: «Gianrenzo P. Clivio, professore di linguistica applicata e teorica all’Università di Toronto, Torino petizione-locarni1976: It should be observed in passing that, vis-a-vis Italian and French,Piedmontese must be considered a separate language. Einar Haugen, uno dei massimi studiosi di socio-linguistica di tutti i tempi, in The American Anthropologist, Harvard University, 1966: Piedmontese is from every linguistic point of view a language. distinct from Italian on the one hand and French on the other, with a long tradition of writing and grammatical study. Guiu Sobiela-Caanitz, professore all’università di Salisburgo: Il piemontese è sorto dalle lente e progressive trasformazioni del latino nel Ponente del bacino del Po. La peculiarità di quell’evoluzione proviene dalle influenze congiunte di due aree celtiche: quella cisalpina, e specie in essa la parte traspadana, tra Benaco e Dora Baitea, e quella transalpina, massime il triangolo Avenches-Treviri-Autun. Da quest’ultima città con la prestigiosa scuoia di retorica si andò diffondendo una forma pregiata di latino in bocca gallica: tale irradiazione per le strade del Grande e dei Piccolo San Bernardo raggiungeva il bacino padano ove rafforzava il sostrato celtico della Sesia e di Mediolanum. la metropoli sempre più fiorente dell’intera Italia settentrionale. Nel tardo terzo secolo, tra Milano e Treviri. due delle quattro capitali imperiali, passando da Ivrea e dalle importanti città di Avenches e Besançon, si strinsero naturalmente legami più stretti che non con Roma. La formazione dell’idioma piemontese deve perciò essere studiata in quel complesso territoriale che va dal Benaco al Mar Ligure ed alla Manica. D’altra parte, lo stesso Dante Alighieri, padre maggiore della lingua italiana, osservava che la lingua parlata nel sud del Piemonte odierno non si poteva considerare appartenente alla famiglia delle parlate italiane».

 

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