MERINI …QUANTO CI MANCA LA TUA MUSA…

di Luigi Sala

Più si allontana la data della sua morte, più ci si accorge di quanto la poesia italiana e padana sia decisamente orfana. Poche voci erano così limpide e autentiche come quella di Alda, ormai ricordata da tutti come “la poetessa dei Navigli”.

Quel suo rapporto unico e ineludibile colla follia, malattia certo ma al tempo stesso fonte inesauribile della sua ispirazione. Maledizione e fortuna  il fatto di esser stata internata al manicomio più famoso di Padania. Scommessa con gli arcani del tempo e dello spazio, a colloquio esclusivo con quella Verità ineffabile che come faceva intendere lo stesso Pirandello, non è data ai comuni mortali. E lei, così cosmica nelle sue intuizioni e al tempo stesso così local nel tenersi ancorata alle trame umide e marcescenti della Milano canalizzata e fontanilizzata ( altro che “da bere”!), ha sempre parlato con orgoglio della malattia mentale, ( “Il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte”). Alda, così insubre e padana nelle sue ammissioni e confessioni senza remore.  “Il successo è come l’acqua di Lourdes – diceva – un vero e proprio miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo?” In effetti Alda parlava poetando e poetava parlando, arrivando in tal modo al cuore del  lettore, stanco di troppi criptici arabismi e bizantinismi della poesia novecentesca.

Viene in mente a tal proposito una delle sue liriche migliori: “Veleggio come un’ombra/ nel sonno del giorno/ e senza sapere/ mi riconosco come tanti/ schierata su un altare / per esser mangiata da chissa chi”. Come vedete un processo poetico di carattere corporale che richiama con improvvise impennate una dimensione trascendente che sa di sangue e sacrificio. Lungo questa linea la sua opera migliore è dedicata al calvario di Cristo e si intitola “Il poema della Croce”: è’ un libro scritto non molti anni prima di morire per capire il vero senso della religione cristiana. Era figlia di un impiegato di origine comasca (altro riferimento l’amato lago di Como a quel regime delle acque che presiede al suo destino) ed aveva esordito a quindici anni con un’opera “la presenza di Orfeo” che fece subito, da parte di molti critici, gridare al genio puro. Si può dire che Orfeo, signore degli Inferi, abbia governato la sua esistenza per farle conoscere come pena del contrappasso la sua elettiva capacità di conoscere DIO. Subito dopo infatti , a diciassette anni, il primo ricovero in psichiatria. Ma grazie al cielo, Manganelli la conosce, pur già “matta” e la lancia nell’orbita dell’Eden letterario. Nella sua vita “picaresca” ha conosciuto comunque anche l’amor carnale, come dimostra nelle straordinarie poesie di “Folle, folle, Folle d’amor per  te”. Famosissimi infine i tre versi che riassumono gli ultimi anni nella piccola e disordinata casa sul naviglio milanese : Sono una piccola ape furibonda/ Mi piace cambiare colore/ Mi piace cambiare di misura”   Nel 2004 l’ho intervistata anch’io per Arte IN e ne ho ricavato l’impressione di una sorta di intelligentissimo demone della padanità moderna. Ecco il suo testamento: “Ti copri ormai le mani/ che hanno sole d’amore/ vogliono il tuo mistero:/ baciarla Poesia”

 

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